
L’annuncio del Governo italiano di introdurre un limite al numero di studenti stranieri nelle classi, di vietare a scuola il burqa e il niqab e di imporre ai genitori di alunni stranieri con gravi difficoltà di inserimento scolastico l’apprendimento della lingua italiana ha aperto, inevitabilmente, un confronto politico e culturale. Ma prima ancora di domandarsi se tali misure siano condivisibili sul piano politico, sarebbe utile porsi una domanda diversa: quali di queste scelte possono trovare una solida giustificazione pedagogica?
Il problema della presenza di studenti stranieri nelle classi merita, anzitutto, di essere sottratto a una semplificazione. Non è la nazionalità dello studente a determinare una difficoltà didattica. Il fattore realmente rilevante è, soprattutto, la competenza nella lingua utilizzata per l’insegnamento. Una classe nella quale convivano molti studenti appena arrivati in Italia, con una conoscenza ancora insufficiente dell’italiano, può presentare una complessità didattica notevole. L’insegnante deve infatti perseguire gli obiettivi curricolari della classe e, contemporaneamente, costruire per alcuni alunni gli strumenti linguistici indispensabili per poterli raggiungere.
Chi lavora quotidianamente nella scuola sa che questa difficoltà non è teorica. Esiste il concreto rischio che l’attenzione necessaria all’inserimento linguistico di alcuni studenti finisca per incidere sui tempi e sull’avanzamento didattico degli altri. Ma proprio per questo il problema non dovrebbe essere affrontato attraverso la semplice contrapposizione tra “italiani” e “stranieri”. Uno studente straniero perfettamente italofono non costituisce, dal punto di vista didattico, lo stesso problema di uno studente appena arrivato e privo degli strumenti linguistici necessari.
Da questo punto di vista, un limite numerico potrebbe avere una giustificazione pedagogica se servisse a evitare una concentrazione eccessiva di studenti con analoghe necessità di alfabetizzazione. Diventerebbe invece assai più discutibile se fosse applicato meccanicamente sulla base della cittadinanza. La pedagogia, infatti, dovrebbe guardare ai bisogni educativi reali, non alla provenienza anagrafica.
La questione dell’abbigliamento religioso richiede un’analoga distinzione. Hijab, niqab e burqa non sono la stessa cosa. Se il provvedimento riguardasse esclusivamente gli indumenti che impediscono la riconoscibilità del volto, la discussione pedagogica potrebbe concentrarsi sulle esigenze della relazione educativa, della comunicazione non verbale e dell’interazione tra insegnante e studente. Se invece il divieto comprendesse anche il semplice velo che lascia integralmente scoperto il volto, la questione sarebbe diversa e riguarderebbe maggiormente il rapporto tra libertà individuale, identità culturale e neutralità dello spazio scolastico.
Anche in questo caso, dunque, sarà decisiva la formulazione concreta della norma. Una scuola deve certamente garantire condizioni che rendano possibile la relazione educativa; ma educare non significa necessariamente rendere identici gli studenti. L’obiettivo pedagogico dell’integrazione dovrebbe essere piuttosto quello di costruire uno spazio comune nel quale possano convivere differenze culturali e regole condivise.
Particolarmente interessante, invece, appare la proposta di favorire, o imporre, l’apprendimento dell’italiano ai genitori degli studenti stranieri con gravi difficoltà di inserimento. Qui il tema linguistico assume una dimensione che va oltre l’alunno. La scuola non educa un bambino isolato dalla propria famiglia: comunica con i genitori, li informa, chiede collaborazione, affronta con loro problemi di apprendimento e comportamento, costruisce percorsi educativi condivisi. Un genitore che non comprende adeguatamente la lingua della scuola rischia di rimanere ai margini di questa relazione.
Se l’obbligo fosse accompagnato da corsi gratuiti, accessibili, compatibili con gli orari di lavoro e realmente finalizzati alla partecipazione alla vita scolastica, potrebbe rappresentare uno strumento di integrazione e di corresponsabilità educativa. Se si limitasse invece a una sanzione nei confronti di chi non raggiunge un determinato livello linguistico, il suo significato pedagogico sarebbe assai più problematico.
In fondo, la questione centrale è una sola: l’inclusione non può essere costruita mettendo in contrapposizione il diritto all’accoglienza di alcuni studenti e il diritto all’apprendimento di tutti gli altri. Entrambi devono essere tutelati. La scuola deve offrire agli studenti che arrivano dall’estero gli strumenti necessari per inserirsi, ma deve contemporaneamente garantire a chi già possiede una buona competenza linguistica di non vedere compromesso il proprio percorso.
Per questo la qualità pedagogica delle misure annunciate dipenderà meno dai loro titoli che dalle modalità con cui verranno concretamente realizzate. Un limite numerico può essere uno strumento di equilibrio oppure una semplice classificazione burocratica; un obbligo linguistico può favorire la partecipazione familiare oppure diventare una barriera; una regola sull’abbigliamento può rispondere a una specifica esigenza della relazione educativa oppure trasformarsi in una più ampia imposizione culturale.
Sarà dunque il testo definitivo, insieme alle risorse messe a disposizione delle scuole, a permetterci di stabilire se queste misure saranno realmente strumenti di integrazione. Perché, pedagogicamente, il problema non è scegliere tra inclusione e qualità dell’istruzione. È costruire una scuola nella quale l’una non debba diventare il prezzo dell’altra.